The road song

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Vi è mai capitato di trovarvi di fronte a qualcuno di fottutamente misterioso? Non mi sto riferendo ai finti dandy milanesi, intendo proprio qualcuno il cui sguardo vi lascia tra lo stupito e l’affascinato. Be’ partiamo dall’inizio.

AJ, un’amica che vive a Seoul, qualche settimana fa mi aveva chiesto se volessi partecipare a una cena nella quale sarebbe stato proiettato il documentario realizzato da un suo caro amico. Così alle 15:40 di domenica scorsa ho incontrato Corine alla fermata di Ewha e,insieme, abbiamo raggiunto il posto dell’appuntamento. E qui ho conosciuto Neulsaem (“I’m Sam”). “I don’t know why he is so shy today”, dice Corine. Poi arriva AJ con la spesa e con tutti gli altri ragazzi che parteciperanno alla serata. Mi ritrovo ad ascoltare storie di vita, frammenti di esistenza condivisi con estranei dallo sguardo gentile. Poi arriva il momento, quello per cui tutti ci siamo ritrovati in quel piccolo locale di Ewha: inizia la proiezione di “The Road Songs” e finalmente capisco cosa c’era in quello sguardo. Dieci mesi di viaggio, otto Paesi visitati (Cina, Vietnam, Cambogia, Laos, Tailandia, Malesia, India e Nepal). Un amore iniziato e finito, la fatica dell’avventura, la consapevolezza di essere cambiati in qualche modo. “The Road Songs” racconta di un’Asia vera, quella che vedi solo quando parti con uno zaino in spalla senza sapere una parola dell’idioma corrente, quella che ti sconvolge per i troppi rumori ma che ti lascia senza parole in un tempio deserto vicino a Datong quando fuori diluvia (uno dei ricordi più belli e commoventi del mio viaggio in Cina). Il documentario, che è stato in concorso all’ Indidocufestival e al Busan peace film festival, è facilmente reperibile su Youtube ( https://www.youtube.com/watch?v=V0rBbg_fqK0 è la versione con i sottotitoli in inglese, non iniziate a farmi domande cretine). Neulsaem ha realizzato anche musica (davvero notevole) e post produzione. Insomma, se volete viaggiare in Asia non spostando il sedere dalla sedia o se volete semplicemente rivivere un po’ di ricordi dei vostri viaggia con lo zaino in spalla “The road song” fa per voi! Nel caso in cui vogliate saperne di più sulla Corea (del Sud) ecco qui” A Trip of South Korea-People Of Life” (https://www.youtube.com/watch?v=o64uDHgXGs4&feature=youtu.be).

Enjoy
PS aggiornamento: la sottoscritta sta bene! Magio (maggiore informazione richiesta da mia mamma in tutte le telefonate) e mi godo Seoul!

 

 

Sabato sera al k…

Avete presente la lista di cose da fare prima di morire? Continua a leggere

La comunicazione dei curdi tra la lotta all’ISIS e il desiderio di uno Stato

La regione del Kurdistan è politicamente divisa fra Iraq, Iran, Siria e Turchia. I curdi, all’incirca 35- 40 milioni di persone, costituiscono uno dei gruppi etnici più vasti privo di unità nazionale. Per oltre un secolo la popolazione ha chiesto la creazione di uno Stato indipendente o perlomeno autonomo, con mezzi sia politici sia militari. Tuttavia i governi delle nazioni che ospitano la regione del Kurdistan si sono sempre opposti attivamente all’idea. I motivi che stanno alla base di questa negazione sono molteplici: dalla sovranità degli Stati alla presenza di risorse prime nei territori.
In questo contesto variegato di nazionalità, appartenenza e religione, i curdi chiedono da tempo un proprio Stato in cui lingua e cultura non vengano calpestati. Principalmente musulmani sunniti, i curdi sono anche di fede alevita, cristiana ed ebraica. Essi vedono nel comunismo la migliore forma di governo e demonizzano il capitalismo. Molti Stati hanno classificato come terroristi i partiti o gruppi armati curdi poiché non hanno voluto interferire con la politica della Turchia, della Siria, dell’Iraq e dell’Iran. Se in alcune nazioni i curdi hanno avuto delle libertà maggiori, in Siria l’etnia è tenuta completamente sotto controllo dal Paese sovrano.
In questo clima vessatorio portato avanti dagli Stati ospitanti e di totale indifferenza da parte della comunità internazionale, il popolo del Kurdistan ha trovato due vie per attirare su di sé una pubblicità positiva: la lotta all’ISIS e la sensibilizzazione dell’Occidente attraverso l’emancipazione femminile, l’attenzione all’ecologia e la redistribuzione del reddito.
Combattere l’ISIS è indubbiamente una priorità per difendere il territorio, ma è anche un modo per attirare l’opinione positiva dei media. Così i PKK, gli HPG, il YPG e i Peshmerga, considerate da alcuni Stati organizzazioni terroristiche, oggi sembrano essere l’unica barriera contro l’avanzata dello Stato Islamico. Creando ancora più empatia, inoltre, i curdi hanno messo al centro della loro società tre temi cari all’Occidente (donna, ecologia, reddito) e hanno invitato occidentali e non a combattere insieme a loro o semplicemente a visitare i villaggi curdi. Ne consegue che alcuni personaggi politicamente impegnati e alcuni artisti si sono recati presso i territori curdi. Uno di questi è Michele Rech, in arte Zerocalcare, fumettista italiano divenuto molto famoso negli ultimi anni che nel Gennaio 2015 ha pubblicato sul magazine “Internazionale” un reportage a fumetti intitolato “Kobane calling”. Nella graphic novel ambientata a Kobane, città simbolo della resistenza contro l’avanzata dell’ISIS, viene descritta la lotta curda per fermare il terrorismo, vengono raccontati quotidianità e coraggio dei curdi. In questo modo, ad esempio, i giovani fan di Zerocalcare sono venuti a conoscenza di una realtà fino ad oggi poco considerata. Ci sono poi i più temerari che si uniscono alle forze armate curde per fermare l’avanzata del califfato. È il caso, ad esempio, di Karim Franceschi1, italiano di venticinque anni, che ha combattuto a Kobane per ripercorrere le orme del padre partigiano. Si vengono quindi a creare due schieramenti: da una parte l’ISIS con i foreign fighters e dall’altra i curdi insieme agli occidentali “di buon cuore”

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